In “Projekt, revue slovenskej architektury”, n. 3/2000

 

(Il numero fa parte del progetto comune ceco-slovacco Wall-paper dispositiv presentato alla 7. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, 2000; le citazioni dal testo commentavano le immagini delle città alluvionate nella Moravia di Nord tratte dai quotidiani cechi)

 

La globalizzazione: tutti i detriti in una parola

 

Del grande umorista italiano Achille Campanile Umberto Eco ha scritto che "sta mettendo in scena la vicenda di noi stessi invischiati nelle trame del linguaggio da cui siamo parlati".  Nel suo celebre Manuale di conversazione Achille Campanile racconta del professor Codaro, il quale promette di fare, in breve tempo, d'ogni uomo un oratore di gran successo su qualsiasi tema. Quando la folla d’interessati si raduna, il professore offre la sua formula miracolosa. E' semplice. Di qualsiasi cosa, situazione o avvenimento, in qualsivoglia istante e in tutte le possibili circostanze si parla, si deve proclamare, con la certezza di suscitare l'entusiasmo degli ascoltatori: a) che il fatto di cui parlate è tale da permettere di considerare con giustificata fiducia l'avvenire; b) che il fatto di cui parlate si deve considerare non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. Si potrà dire, ad esempio, in occasione dell'anniversario della fondazione di una scuola: vi ringrazio d'avermi invitato a parlare e colgo l'occasione per dirvi una cosa sola e la cosa è questa: vorrei che tutti tenessimo presente che questo cui siamo giunti non deve essere considerato un punto d'arrivo ma un punto di partenza. "La scolaresca si alzò e qualcuno disse a nome di tutti, ringraziando: ora ci sentiamo veramente d'affrontare qualsiasi occasione. Saremo oratori. Siamo giunti alla meta desiderata, alla possibilità di parlare in pubblico. Codaro li guardò con un'espressione divenuta improvvisamente grave: ne sono lieto…ma quello cui siete giunti oggi non va considerato un punto d'arrivo, ma un punto di partenza! Comunque sono lieto di costatare il vostro zelo e la vostra certezza in voi stessi. Cose, queste, che ci permettono di guardare con giustificata fiducia l'avvenire. Un secondo applauso risuonò nell'aula, entusiastico".

 

 

Ricontestualizzazione: rigenerare i contesti scarichi

 

Achille Campanile qui deride la trappola linguistica, in cui gli uomini moderni si dibattono sempre più disperati. Mi riferisco all'insaziabile ed ossessivo bisogno della società di massa di "ricaricare" i contesti scarichi, di ripresentare ogni nostro punto d'arrivo, d’ogni nostra fine, sotto forma di un nuovo punto di partenza, di un nuovo inizio. Lo slogan della modernità è l'attualità e attuale è solo ciò che irrompe sulla scena come forza capace di trasformare il mondo d'oggi in qualcosa del tutto diverso dal mondo di ieri. Attuale era, ad esempio, la stampa che ha reso obsoleta la cultura orale, attuale era la macchina a vapore che ha reso arcaica l'energia umana o animale, attuale è Internet che sta trasformando il mondo in un enorme mercato d’informazioni, di mistificazioni e di chiacchiere. L'archetipo di ogni fede nell'attualità è la fede cristiana nella parola rivelata di Dio che annuncia all'umanità un nuovo punto di partenza, un nuovo "inizio della vita”. La forza che differenzia il futuro dal passato, ovvero la sostanza di ogni tempo presente moderno, viene a volte compressa in una formula efficace che domina un'intera epoca. Si tratta di moderni "miti in una parola", di “miti monoverbali”. Con quest'espressione il filosofo céco Břetislav Horyna indica i miti della modernità, i quali non sono più costruiti come storie da narrare, ma come uno slogan, un grido, cui è difficile resistere giacché, a differenza dalle vecchie narrazioni, non è possibile insinuarvisi come un personaggio sovversivo per ritessere dall'interno il loro intreccio, redistribuendone l'energia. Il più aggressivo dei miti monoverbali contemporanei è la parola onnivora “globalizzazione”.

         L'attualità trasforma senza pietà i contesti del passato in carcasse semiotiche abbandonate alla deriva, chiamate spregiativamente “meri pregiudizi”. Tutte le percezioni, esperienze, informazioni, fatti e punti di vista possono costituire per noi un punto di orientamento, una guida, solo a condizione che siano integrate nel loro contesto - solo allora possiamo decidere qualche cosa, preferire qualcuno o qualcosa, ragionare. Il contesto non scarico trasforma fatti e informazioni in energia, organizza le nostre percezioni, ci motiva a superare ostacoli e risveglia in noi la volontà di comunicare qualcosa agli altri. Persino la banale osservazione di un paesaggio richiede la motivazione necessaria per distinguere tra lo sfondo e gli elementi che su di esso si stagliano, per rivolgere l'attenzione a ciò che ci attira, per concentrarci su ciò che ci sembra significativo - tutto questo richiede energia. Il contesto è scarico dal momento in cui le informazioni e le percezioni non ci motivano più a niente, non risvegliano in noi alcun’energia. Informazioni, percezioni e esperienze nei contesti scarichi muoiono, solo pochi riescono ad insinuarsi in altri contesti e sopravvivere nelle nuove circostanze. I contesti scarichi vengono dichiarati documenti dell'evoluzione dell'umanità e immagazzinati nei manuali e musei in ordine cronologico. Agli alunni delle scuole d'obbligo viene insegnato a guardare a questi documenti come al proprio passato.

         La società post-industriale è una rete, in cui tutti i grandi contesti del passato, scarichi, semiscarichi, deperiti, obliterati, ricaricati alla buona, s’impigliano l'uno nell'altro, si disgregano, si scaricano, s’intersecano, s’indeboliscono o rafforzano reciprocamente. I contesti contemporanei riuniscono per brevi periodi piccoli gruppi eterogenei, ma non diventano più nuovi punti di partenza di massa, non ci motivano più alla lotta energica "per un domani migliore”.

         Nell'epoca della globalizzazione, i contesti si scaricano velocemente, i mucchi di contesti scarichi intasano le città, gli uomini vagano tra essi. Di contesti scarichi sono fatte le periferie smisurate delle metropoli globali, spesso vi si rifugiano i profughi delle culture bastardizzate. Informazioni e fatti staccatisi dai contesti scarichi disorientano gli uomini, in quanto corrompono ogni immagine della società nel suo insieme, di cui gli uomini hanno bisogno per essere in grado di agire "nell'interesse di tutti". Bisogna neutralizzare velocemente le informazioni e le immagini senza contesto, altrimenti paralizzano tutto lo spazio pubblico.

         L'unico modo efficace di neutralizzare i residui dei contesti scarichi è la loro "ri-contestualizzazione" ovvero la reintegrazione delle percezioni e delle informazioni in un nuovo contesto. La coalizione degli investitori globali impiega nell'industria del riciclaggio dei residui dei contesti deperiti milioni di analisti simbolici, i quali li ricontestualizzano nei nuovi miti monoverbali, in dura competizione con diverse sette post-cristiane, come, ad esempio, il movimento New Age.

         Un contesto è rigenerato (o ricaricato) quando gli scarti del nostro passato sembrano non più scorie, immondizia, resti, ma un nuovo punto di partenza, il terreno di un nuovo inizio, il quale ci permette "di considerare con giustificata fiducia l'avvenire". La parola "globalizzazione" ha avviato un'immensa ri-contestualizzazione dei detriti del nostro passato ‑ nazionalismo, colonialismo, decolonizzazione incoerente, guerra fredda, corsa agli armamenti nucleari, sfruttamento brutale del Terzo mondo, quartieri-dormitorio, bisogni imposti dalla pubblicità, crisi ecologica, camuffamento dei costi reali della crescita industriale, svuotamento della democrazia, periferie industriali. La folla di africani costretti dalla miseria ad invadere le nostre città dell'abbondanza, è un esito della guerra fredda che veniva combattuta anzitutto nel Terzo mondo, dove ogni blocco di potere sosteneva un dittatore e assassino di massa “per proteggere i propri interessi”.  

         La funzione del mito monoverbale  “globalizzazione” è quella di aspirare i fatti e le immagini moltiplicatisi senza contesto, di riunificarli all'interno di un contesto rigenerato dai contorni chiari. I fatti appartenenti ai contesti scarichi da tempo, come ad esempio la superiorità della razza bianca, l'idea del progresso infinito oppure la favola delle nuove ricchezze create dalla magia di Internet, che non è se non una versione postmoderna del vecchio mito americano della frontiera, del "self-made man realizzatosi nel paese di infinite possibilità". Ricontestualizzati come momento della globalizzazione, i fatti contraddittori e dispersi si trasformano in nuovo punto di partenza, in energia che c’impegna a riprendere la lotta per nuovi fini. Tutti i contesti nuovi oggi si frammentano velocemente nell'impatto di nuove ondate di immagini, informazioni e percezioni. I contesti condivisi dalle masse sono un arcaismo, l'energia di ogni contesto ricaricato oggi si esaurisce presto.

 

I contesti non rigenerabili

 

Nella parola "globalizzazione" l'uomo bianco ha stipato gli scarti tossici del passato, di cui vuole liberarsi. I quartieri-dormitorio di cemento armato, i fiumi avvelenati, i complessi industriali, i residui del DDT nel latte materno, la diossina, la miseria del Terzo mondo, l'egoismo elevato dagli economisti a imperativo supremo della ragione. Il vento globale respinge però questi detriti verso le rive del nostro mondo. Le spiagge francesi sono coperte di petrolio, il Danubio è invaso dal cianuro, sopra le nostre città passano le nuvole tossiche. Le spiagge italiane vengono prese d'assalto ogni notte dai battelli di contrabbandieri di uomini che stanno fuggendo dalle periferie del mondo che l'uomo bianco ha nel passato governato nel proprio esclusivo interesse. Questi profughi vagano nelle metropoli europee senza documenti, la polizia fa grosse retate, li concentra nei campi di raccolta e poi li rigetta nel loro Terzo mondo. L'errare degli uomini venuti dalle periferie globali del nostro pianeta è diventato oggi non solo più frenetico, ma anche più brutale, disumano e disperato. Il nero Omofuma, ad esempio, sta per essere espulso da Vienna, è legato, la bocca incerottata, muore in aereo. Le prostitute dagli intermundia postcomunisti, dall'Ucraina, Albania, Romania o Russia, battono le strade delle metropoli globali.

         L'uragano El Niňo è noto da secoli, ma negli ultimi vent'anni si è "estremizzato", molte analisi ne individuano la causa nel riscaldamento globale del pianeta. "Così non possiamo continuare, non possiamo condurre una guerra chimica contro noi stessi" – con queste parole il ministro dell'ambiente della Repubblica céca Miloš Kuzvart ha commentato l'invasione dell'aria inquinata nelle città céche nel novembre 1999, durante il quale i limiti d'immissione dell'ossido di azoto sono stati superati in alcune città più di due volte. Possiamo giustificare questa guerra chimica contro i cittadini inserendola nel contesto della “globalizzazione”? Possiamo fare di questo punto d'arrivo un nuovo punto di partenza?

         La miseria del Terzo mondo, la crisi ecologica, il potere planetario della pubblicità, le conseguenze della corsa agli armamenti nucleari, che nei decenni passati costituiva il contesto più efficace della mobilitazione delle energie per intensificare la crescita economica, questo punto d'arrivo del nostro modo di esistere, ripropone la parola "globalizzazione" come un nuovo punto di partenza, un nuovo inizio, secondo la formula del professor Codaro. Si ricarica un contesto, in cui le immagini della nostra fine, i nostri punti d'arrivo, appariranno in una prospettiva nuova e in nuove connessioni, irradiando una nuova energia. Esistono però punti d'arrivo che non possono essere ridefiniti come nuovi punti di partenza per qualche nuovo dove. Essi sono una fine definitiva.

         La rigenerazione di un contesto ha successo, se i residui di un passato, i massacri e le sofferenze di milioni di esseri viventi, vengano elevati nel nuovo mito monoverbale a inizio di una nuova epoca - dialetticamente superati dicevano i marxisti. Questo è un vecchia strategia dell'uomo bianco. Dal punto di vista dei grandi custodi del rapporto cristiano con il tempo, come era ad esempio Gioacchino da Fiore o Marx, vi era l'epoca del Padre, poi l'epoca del Figlio, dopo la quale viene l'epoca dello Spirito Santo, il tempo della salvezza; vi era l'epoca del possesso della terra, il feudalesimo, l'epoca del capitale, del possesso del lavoro, il capitalismo, e infine il socialismo, l'epoca dell'emancipazione, della riappropriazione del lavoro da parte dell'umanità, che dava inizio alla vera storia dell'umanità. Nella morsa della rivoluzione industriale, Auguste Comte, il fondatore della setta dei positivisti, vaticinava l'arrivo di un'epoca tutta positiva, destinata a superare definitivamente la religione e la metafisica degli antichi. La parola "superare" significa qui "riciclare" i residui e le contraddizioni del passato per farne un nuovo inizio: positivismo e socialismo sono i più grandi miti monoverbali dell'Illuminismo.

         La globalizzazione però è un'epoca, in cui le schegge acuminate del passato lacerano ogni nuovo mito monoverbale, costringendoci a  vedere, attraverso gli squarci nel nuovo contesto, quanto questi residui del nostro passato siano sporchi, tossici, insanguinati, insensati. Dobbiamo riconoscere, finalmente, che non possano essere rifusi in un nuovo punto di partenza, in un nuovo inizio. I contesti scarichi oggi resistono ad essere rigenerati nello stile del professor Codaro: l'olocausto, il buco d'ozono, il kitsch pervasivo dei film americani e dei discorsi elettorali, il potere della Banca mondiale, la devastazione ecologica del pianeta, le automobili che brutalizzano le città storiche europee, lo spreco delle risorse della Terra o il linguaggio degradante della pubblicità non possono essere ridefiniti come un nuovo inizio. Questi resti del nostro passato sono definitivamente punti d'arrivo.

         E' passata per sempre, e da tempo, l'ora degli intellettuali, i quali ripulivano con le loro parole altisonanti le conseguenze delle nostre azioni, per riproporle come nuovi punti di partenza, come ha ricordato il filosofo dei dissidi (ovvero dei litigi in cui i torti subiti dalle parti in conflitto non possono essere riferiti ad un unico denominatore) - J. F. Lyotard. Gli intellettuali debbono però assolvere ancora un grande compito prima di uscire definitivamente di scena: debbono resistere con forza e astuzia accumulata nei secoli contro coloro che cercano di comprimere oggi i residui del passato da rapinatore planetario dell'uomo bianco in un nuovo mito monoverbale - quello della globalizzazione. Impareremo a sottrarci alla trappola che trasforma sempre ogni nostro punto d'arrivo in un nuovo inizio, impedendoci così di imparare qualche cosa dalla nostra fine? Impareremo mai a  rigenerare i contesti scarichi in modo tale che la fine rimanga una fine, non diventi un nuovo inizio, e tuttavia questi contesti saranno capaci di trasformare informazioni, percezioni e fatti in un'energia sufficiente per vivere? Ecco una questione postmoderna. 

 

Il nome proprio del tutto

 

Oggi due aggettivi si incontrano spesso, a volte si urtano, a volte si intrecciano e si rafforzano, più spesso si oscurano reciprocamente - postmoderno e globale. L'aggettivo “postmoderno” esalta il congedo dall'idea secondo cui la Storia ha un fine ultimo e questo è l'unità dell'Umanità, che si realizzerebbe attraverso l'emancipazione della ragione da tutti i pregiudizi del passato che sbarravano agli uomini l'accesso a verità universalmente valide. Nella prospettiva postmoderna, le differenze d'opinione non derivano da un errore o dall'arretratezza di certe comunità umane, da superare attraverso l'ulteriore crescita della conoscenza oggettiva e della neutralità dell'osservatore –  la differenza d'opinione e delle forme di vita è uno stato normale dell'umanità, non il risultato di un nostro deficit storico o biologico.

         La globalizzazione ci ha invece impigliati in una rete, in cui nessun nodo rappresenta il centro, non significa alcun intero, non rimanda ad alcuna nozione di un tutto. Non possiamo mai sapere quale dei nostri atti scioglierà i nodi della rete: rafforzandosi in modo imprevisto ed imprevedibile l’effetto globale si propagherà rapidamente, nessuno può dire fin dove. L'aggettivo “globale” indica proprio questa interdipendenza e interconnessione delle parole e delle azioni degli uomini, che non è governata dalla "ragione", non è trasparente, calcolabile, non è fondata, ad esempio, sull'universalizzazione delle esperienze dei più saggi tra noi oppure dei più coraggiosi. Essa è solamente un effetto dell'ambiente tecnologico, in cui l'impatto delle nostre azioni è globale, colpisce un numero infinito di esseri viventi, influenza i mondi vitali di miliardi di uomini, ma noi ne abbiamo una percezione locale. “In realtà non sappiamo quale tipo di uomo sarebbe necessario per diminuire l'enorme distanza tra la forma globale del mondo e le anime ancora locali” – scrisse Peter Sloterdijk.

         Dal satellite vediamo la nostra Terra come un tutto, una sfera dove tutto è connesso con tutto, ma chi ha il diritto di chiamare con il nome proprio questo tutto? Tutto è diviso, sezionato, catalogato, separato, specializzato. Il tutto non ha un nome legittimo, niente viene visto nel contesto, a cui appartiene. Gli esperti in camici bianchi uccidono ogni intero per ritagliarne i singoli fatti crudi.

         La storia di noi uomini bianchi è fatta di storie di guerra per instaurare l'egemonia di una parola, capace di dare un nome legittimo al mondo come un tutto. L'aggettivo “globale” indica un tutto, ma un tutto senza nome, un tutto innominabile, un tutto che non è comprimibile in nessuna formula, un tutto che si manifesta solo attraverso le esternalità, gli impatti improvvisi, le sinergie inaspettate, le catastrofi o i fenomeni climatici estremi.

 

Le tetradi di McLuhan

 

Il celebre filosofo canadese Marshall McLuhan ha proposto a conclusione dei suoi epocali studi sui rapporti tra i media e le civiltà, la teoria, secondo cui comprendere un'idea, uno stile di vita o un artefatto presuppone saper rispondere a queste quattro domande: (1) che cosa quell'idea, stile di vita o artefatto amplifica o intensifica; (2) che cosa consuma, rende obsoleto ed arcaico; (3) che cosa attualizza ovvero che cosa risveglia alla nuova vita di ciò che precedentemente era stato reso arcaico; (4) che cosa inverte o capovolge una volta spinto ai limiti del proprio potenziale?

Ogni idea, concetto o stile di vita è una figura visibile su uno sfondo: la figura si impone, cattura la nostra attenzione, ci offre nuove possibilità, ci trascina, ci apre un campo. La figura lascia in ombra lo sfondo, tutto quello che vi era prima di essa e che resiste alla sua imperatività. Il potere dello sfondo alla fine prevale sulla figura trasformandola in qualche cosa di diverso rispetto a quello che sembrava d'essere all'inizio. Ora McLuhan concepisce i processi di intensificazione e attualizzazione come figure che si impongono,  mentre i processi di obsolescenza e di inversione sono manifestazioni del potere dello sfondo che si oppone all'egemonia della figura invertendola. Interpretare per comprendere presuppone, dice McLuhan, riconoscere, sia l'azione visibile della figura sia l'azione invisibile dello sfondo che la figura ha provocato.

"Tutte le situazioni culturali sono composte da un'area di attenzione (figura) e un'area più vasta di disattenzione (sfondo). Le due sono in continuo stato di interazione conflittuale, mantenendo un confine, o separazione o intervallo, fra di loro che serve a definirle simultaneamente… la tetrade, come visualizzazione dell'emisfero destro, ci aiuta a vedere sia la figura che lo sfondo in un momento in cui gli effetti latenti dell'età meccanica tendono a oscurare subliminalmente lo sfondo. La sua principale utilità è rendere visibile il contesto nascosto, permettendo a colui che interpreta, di percepire la duplice azione del visivo (emisfero sinistro) e dell'acustico (emisfero destro) nella vita dell'artefatto o dell'idea. In quanto tale, la tetrade svolge la funzione del mito, attraverso il potere della simultaneità…" - scrive McLuhan.

         Comprendere il contesto dei nostri concetti e delle nostre azioni, oggi compresse in un mito monoverbale, presuppone il trovare una risposta alle quattro domande di McLuhan. Strappare al camuffamento un contesto nascosto costituisce in Occidente un genere letterario importante che ha una sua poetica peculiare: a differenza dai generi solo informativi o conoscitivi, questi raccontano con inventiva le storie di diverse figure e dei loro sfondi, parlano dei contrasti inaspettati, dei capovolgimenti e delle soluzioni impreviste nelle relazioni tra di esse. In questi generi letterari non si tratta di risolvere un problema, ma di far vedere il tutto, cui appartiene ciò che diciamo e facciamo senza che noi ne siamo consapevoli. I generi letterari che scoprono i contesti nascosti formano il fondamento delle scienze umane, degli "humanities", le quali sono da sempre animate dall'idea di emancipazione dal potere oscuro dei contesti non riconosciuti, non visti, dimenticati; la comprensione ci libera dall'imprigionamento nei contesti del passato, tramandatici dalle tradizioni irriflesse, e ci dà così la possibilità di progettare nello spazio pubblico le ricontestualizzazioni emancipatorie in competizione consapevole con tutti gli altri "ricostruttori dei contesti deperiti".

         Ho costruito quattro tetradi di McLuhan per rendere visibile sia  la figura che lo sfondo della globalizzazione postmoderna, per definirla attraverso il conflitto tra di essi. Si tratta di una definizione narrativa, le mie tetradi non possono essere ordinate in una successione chiara e coerente. Non derivano l'una dall'altra, si innestano piuttosto l'una sull'altra, vi è un travaso tra di esse o anche parassitismo.

 

La tetrade prima: come gli uomini divennero i custodi della Terra

 

Nella prefazione alla versione céca del celebre libro The Ages of Gaia: A Biography of Our Living Earth James E. Lovelock scrive: "Il concetto di sviluppo sostenibile prospetta un futuro triste per coloro che prendono dalla Terra più di quello che essa stessa può offrire a loro. Gaia ci mette in guardia dal condannare i nostri figli ad essere oberati da una responsabilità enorme - se continueremo a sfruttare la Terra dovranno diventare loro stessi i custodi della Terra. Provate solo ad immaginare di dipendere dai patti tra i clan in cui l'umanità oggi si divide non solo per la nostra alimentazione e l'alloggio, ma pure per ogni boccata d'aria fresca che per ora riceviamo gratis considerandolo normale."

         La globalizzazione significa anzitutto che questo aggravio di responsabilità ci è già stato fatto. Già ora siamo condannati, noi tutti, ad essere i custodi della Terra; gli uragani e i terremoti, le inondazioni e le desertificazioni della Terra avvengono sulla scena che è stata creata dai nostri satelliti e sono dunque una nostra opera, che possiamo osservare neutrali. Ne rispondiamo. Già ora siamo condannati ad accordarci tra di noi per garantire una boccata d'aria non avvelenata ad ogni uomo sulla Terra. La poetica del genere letterario che chiamiamo "attivismo ecologico” consiste nello svelare dietro la figura luminosa del potere tecnico, lo sfondo oscurato della Natura che si difende morendo. La tensione tra questa figura e quello sfondo costituisce il contesto più proprio dell'inarrestabile crescita della Crescita che è l'essenza della civiltà industriale. Il prezzo da pagare per il potere tecnico che esercitiamo sulla Natura è la necessità di diventare custodi della Terra per respingere l´assalto al biosistema, di cui l´uomo fa parte e di cui condivide le sorti, il saccheggio del contesto, a cui l'uomo indissolubilmente appartiene.

         Al centro dell'economia globale si è installata la parola “esternalità”. Indichiamo con essa l'impatto globale delle azioni di un gruppo locale di uomini, le ripercussioni delle loro azioni sui mondi vitali di tutti. Il mercato non le sa compensare - i danni sconosciuti di persone ignote non concorrono a formare il prezzo del prodotto e non possono essere calcolati come costi. Le esternalità sono le conseguenze della nostra incapacità di percepire la contraddizione tra l'impatto globale che hanno le nostre azioni nell'ambiente tecnologico, e il punto di vista locale, limitato nel tempo e nello spazio, impostoci dai nostri arcaici paradigmi economici e politici.

         Sempre più la politica si trasforma in una lotta per confinare le esternalità, per chiuderle in un recinto, per tenerle dietro ad un muro o per concentrarle in luoghi protetti dal filo spinato. Il muro ceramico che in Neštěmice, un quartiere della città céca di Usti, doveva separare i rumorosi zingari dalla quiete dignitosa delle villette borghesi, voleva murare i suoni che ci arrivano dai mondi vitali degli altri. Quanti altri muri come questi sono in preparazione, in quanti altri luoghi la gente li desidera? Tutta la natura è diventata un'esternalità che si oppone ai nostri piani. Possiamo metterla dietro ad un muro o cingerla col filo spinato?

         L'intensificazione della coscienza delle esternalità che caratterizza in profondità la globalizzazione postmoderna, è una conseguenza epocale dell'accesso di massa all'osservazione del pianeta Terra dal satellite. Dalla distanza planetaria l'uomo non è che un elemento transitorio della biosfera minacciata, il cui imperativo categorico è la solidarietà con tutti gli esseri viventi sul pianeta Terra. Il concetto di bene privato è da questa prospettiva, cui nessuno può sottrarsi, reso definitivamente obsoleto, arcaico.        

         Lo sguardo dal satellite accessibile a tutti rende obsoleto l'individualismo, la competizione nella lotta per il profitto, attualizza vice versa la coscienza di appartenere ad un tutto, la coscienza dell'intero, il concetto del bene pubblico e il dovere di agire collettivamente come umanità. Solamente i "rational fools" credono nei beni privati e nel loro scambio senza fine. La filosofia della difesa dell'ambiente si sviluppa velocemente in un discorso che ridefinisce tutti i valori della civiltà industriale nel nome della bio-solidarietà: ridefinisce tutti i suoi imperativi assiali, innestati sulla radice della fede cristiana in un ruolo eccezionale dell'uomo (bianco) sulla Terra. La bio-solidarietà non è compatibile con la concezione antropocentrica, secondo cui i fini della specie homo sapiens sono eccezionali e di un ordine del tutto diverso dai fini di altri esseri mortali sulla Terra. Nell'ultima lezione della sua vita lo psicologo e filosofo della comunicazione americano Gregory Bateson opponeva alla logica occidentale, fondata sul sillogismo aristotelico "gli uomini muoiono/ Socrate è un uomo/ Socrate morirà" un sillogismo dei folli che chiama "sillogismo in erba". Esso suona così: "L'erba muore/gli uomini muoiono/gli uomini sono erba". Mi piace considerare questo sillogismo dei folli come il fondamento del modo bio-solidale di pensare.

         La bio-solidarietà attualizza l'animismo, il totemismo, il body‑piercing, le religioni d'Oriente, il buddismo, il panteismo, corrode la cortina di ferro che il colonialismo occidentale eresse tra i selvaggi e i civilizzati.

         L'inversione dell'ecologia, del guardare l'uomo dalla distanza planetaria, è un anti-umanesimo strisciante e la limitazione radicale delle libertà individuali, in cui può degenerare - secondo il filosofo liberale francese Luc Ferry - il "nuovo ordine ecologico sulla Terra". E' l'uomo sul nostro pianeta veramente solo un animale nocivo? Dove comincia e dove finisce il mio diritto di vivere se tutto ciò che faccio costituisce un'esternalità per un altro essere vivente sulla Terra?

 

La tetrade seconda: come la differenza tra la caverna delle ombre                                   e il mondo fuori divenne una favola

 

In una mostra alla Galleria dell'Arte moderna a Vienna tra i diversi artefatti vi era pure un mucchio di copie del giornale austriaco Der Standard. Mentre uscivo il custode mi fermò e con l'espressione severa mi tolse dalle mani la mia copia di Der Standard, acquistata poco prima allo Südbahnhof, e la buttò nel mucchio di giornali in mostra. Quando divenne la mia copia di giornale una parte dell'opera d'arte? Può darsi che questo mucchio si formava proprio in quel modo, questa era l'intenzione dell'artista che io non avevo compreso.

         Entrato per la prima volta nella Galleria nazionale céca di Veletrzni Palac, dove era stata appena trasferita la Collezione d'Arte Moderna, mi ha colpito subito a pianoterra una specie di piccolo ring delimitato da uno spago, al cui centro stava un secchio rosso, nel quale cadevano dal soffitto, cadenzate, gocce d'acqua. Non ero il solo ad osservare incerto questo arrangiamento, avevo l'impressione che si diffondesse un'incertezza generale tra il pubblico, che si chiedeva se per caso questo secchio non appartenesse già alla collezione dell'arte contemporanea. Claudio Magris ha ricordato recentemente una storiella che circola in diverse versioni da molto tempo: una signora visita la Galleria Guggenheim durante uno sciopero, per cui tutte le tele sono coperte con un panno nero, dichiarando poi questa esperienza la più bella mostra dell'anno. Aveva ragione?

Chi, come, dove e quando deve installare un secchio rosso perché possa essere preso per un'opera d'arte? La scritta questa non è una pipa su una pipa dipinta, un cumulo di orsacchiotti di stoffa piangenti, i videoclip con automobili dai motori roboanti trasmessi dai monitor posizionati sulle pile di vecchi pneumatici, che abbiamo visto alla Biennale di Venezia dell'anno scorso, è arte concepita come demistificazione del significato. Il significato non è qualcosa di definitivo e garantito, nessun "tesoro” depositato in un luogo sicuro che farebbe da copertura dei segni. Ogni segno rimanda ad altri segni e con la parola "realtà" indichiamo i segni privilegiati dal Potere. Le ragioni di questo privilegio, accordato a certi gruppi di segni, sono più spesso la volontà di potere e l'egocentrismo, ma anche le ansie e angosce, la falsa coscienza, l'inerzia del costume, la pigrizia, l'eurocentrismo. L'arte demistifica il significato chiedendoci di esplicitare le ragioni in nome delle quali privilegiamo certi gruppi di segni come "realtà".  Le ragioni mancano.

Nell'introduzione al suo libro La nascita della forma vivente (Praga 1999) il biologo Anton Markoš scrive: "Nella biologia contemporanea esiste una tensione che deriva dal dualismo iscrizione - forma. L'informazione negli organismi può avere due modalità. Può essere conservata come iscrizione, sotto forma di una sequenza lineare dei segni codificanti istruzioni - programmi. Può però avere anche la modalità della  forma vivente". I biologi incontrano nella loro narrazione dell'evoluzione della vita sul nostro pianeta una storia molto antica: da più di duemila anni i filosofi credono che dietro alle forme che percepiamo, vi sia un'idea, logos, ratio, un'iscrizione che è la realtà nascosta di ogni cosa, ma che possiamo vedere solamente attraverso la ragione. Radicalmente nuovo è solo il fatto che noi possiamo oggi "riscrivere" questa iscrizione secondo i nostri interessi strategici, subordinando così le forme viventi al nostro potere pianificante. Le idee di Platone dovevano conciliarci con la struttura ultima della realtà, mentre il DNA ci invita a riscrivere la forma che ci è stata assegnata. E' il verbo "assegnare" quello giusto?

La riscrizione del DNA di meli, eucalipti, aranci è già diffusa - per garantire profitti maggiori alle multinazionali alimentari. Quando toccherà ai nostri talenti, poco affidabili e caoticamente distribuiti?

E' la forma vivente il significato dell'iscrizione nel DNA, è tra questa "sequenza lineare di segni codificante l'informazione" e la "forma vivente" una relazione dello stesso ordine come tra il segno e il suo significato oppure tra l'immagine e la realtà? Debbono i teologi reinterpretare la Creazione in termini di "iscrizione primaria"? Per millenni abbiamo privilegiato come realtà la forma vivente rispetto all'iscrizione, ma questo solo per ragioni storiche, dati i limiti storico – pratici del sapere. Riscriverà, ad esempio, il potente clan dei cristiani la loro celebre storia sul giudizio finale e la Resurrezione nello stile del film Jurassic Park?  

All'inizio del nostro secolo, in una delle viuzze della Città vecchia di Praga, Franz Kafka incontrò uno dei guardiani del Duomo in cui sono depositate le iscrizioni in base alle quali il Potere ci giudica, e che noi non comprendiamo: le attestazioni delle nostre capacità archiviate dalla scuola che frequentavamo, i fascicoli stilati dagli uffici di Stato, le tracce di noi disseminate in luoghi dimenticati, i documenti della nostra identità. Oggi è facile incontrare tali guardiani dappertutto.

Nell'epoca della globalizzazione postmoderna non possiamo più illuderci di essere in grado di fuggire dal gioco di segni verso la realtà, ma solamente verso un altro gioco di segni. Il significato di certe asserzioni sono altre asserzioni, i segni si moltiplicano a dismisura e la realtà scarseggia, perché nessuna istituzione ha abbastanza autorità da imporre a tutti noi l'obbligo di privilegiare in modo duraturo certi gruppi di segni come miti monoverbali garantiti dallo Stato (dalla chiesa, scienza, partito) e capaci di trasformare i segni in energia. La celebre allegoria della caverna delle ombre di Platone, dalla quale bisogna uscire alla luce per vedere il vero significato delle parole, riassume perfettamente il concetto di segni come "buoni" che ci assicurano accesso alla visione della realtà. Questa favola sulla differenza tra l'interno (tenebre e ombre) e l'esterno (luce e realtà) è un mito fondativo dell'Occidente: il Cristianesimo, l'Illuminismo, il dominio tecnico sulla natura, il colonialismo, l'olocausto, le centrali nucleari e l'autocinesi distruttiva della crescita economica, non sono che sue variazioni.

La globalizzazione postmoderna della società rende obsoleti, intensificando la coscienza dell'impossibilità di fuggire dalla rete infinita di segni verso la realtà, quelli generi di comunicazione, in cui il linguaggio era concepito come valuta da convertire in una data quantità di realtà a tasso fisso, garantito dalle Autorità e chiamato "oggettività". Le grandi banche mondiali di senso - chiesa, stato, scienza, NATO, EU - sono sovraesposte, i fatti, le immagini, le percezioni e altri tesori a garanzia della convertibilità dei segni in realtà, risultano ormai  una mera leggenda. Il grado zero del linguaggio in cui le parole troverebbero un significato non distorto dagli interessi di parte, la conoscenza oggettiva, non è che una storiella ingannevole fatta circolare per tutti i continenti dal Conquistatore bianco delle Terre lontane, dal Dominatore, dal Civilizzatore delle genti barbare. Ogni teoria, ogni immagine, ogni forma vivente, ogni iscrizione, ogni traccia, ogni segno, ogni descrizione del mondo, ogni storia ci convince grazie alla sua poetica, non perché ci fa vedere la verità oggettiva.

La coscienza che ogni atto di un giudice, ogni norma e ogni conoscenza esprimono i pregiudizi e gli interessi di un "noi" storico, attualizza il concetto di giustizia, vista  non come applicazione delle leggi universali da parte di giudici neutrali sulla base di un accertamento oggettivo dei fatti, ma come "saggezza", la cui espressione più celebre è l'etica del volto altrui formulata da Emanuele Levinas. Nella sua concezione, il fragile volto dell'altro non può mai essere subordinato al punto di vista della totalità senza un rimorso di coscienza; la fragilità del volto altrui è più urgente della verità, non possiamo "prescindere da esso" per considerare ciò che resta come "verità oggettiva". Non possiamo spazzare via dai nostri concetti come "mero sentimentalismo o soggettivismo" la responsabilità radicale di cui il volto altrui ci investe. Ogni uomo è assolutamente responsabile di fronte alla transitorietà del volto dell'altro, non di fronte ai principi astratti universali e alla verità oggettiva. Anche la natura, ecco lo spirito del nostro tempo, ha un suo volto mortale e fragile, di fronte al quale siamo responsabili. Il totalitarismo di questo secolo degli estremi aveva un'origine sola - lo pseudo-ethos impersonale dell'apparato amministrativo-economico che tende ad elevare l'indifferenza al volto altrui a norma suprema  della razionalità e a condizione del suo funzionamento efficiente.

          L'inversione di questa intensa demistificazione del significato è la fine dell'era delle masse unificate dalla fede in una nuova, "finalmente" emancipatoria, definizione della realtà. La sovraesposizione delle banche mondiali di senso ha fatto crollare il sistema dell'istruzione unitaria garantita dallo stato nazionale - liceo, università, storia nazionale concepita come storia della lingua e letteratura. La superficie visibile di questo crollo è la lotta generalizzata di ogni minoranza per il diritto di vivere secondo le proprie versioni del mondo. L'inversione di questa intensificazione della pluralità è l'impotenza politica e la debolezza sociale del nuovo proletariato - degli intellettuali legati alla lingua nazionale, all'istruzione umanistica, alla letteratura e dunque allo Stato nazionale.

 

La tetrade terza: come l'abbondanza comunicativa ha trasformato                              le nostre città in villaggi globali

 

Il filosofo inglese John Keane ha proposto in una sua conferenza a Praga di tematizzare la "communicative abundance", l'abbondanza o opulenza comunicativa, come un problema filosofico centrale della nostra epoca. Le nuove tecnologie informatiche creano un universo "che è accessibile a tutti, senza riguardo ai privilegi, ai pregiudizi razziali, al potere economico, alla forza militare o al luogo di nascita" ha scritto John Perry Barlow nella sua Declaration of the Independence of Cyberspace.  Comunque, così come l'abbondanza materiale non porta la pace e la felicità per tutti, nemmeno l'abbondanza comunicativa: essa causa crisi morali, conflitti, disuguaglianze, crea una nuova intrasparenza. Soprattutto paralizza la nostra capacità di comprendere le informazioni che proliferano in modo illimitato. 

L'abbondanza comunicativa intensifica a dismisura ciò che i sociologi chiamano  "trascendenza del luogo": l'interazione tra gli uomini a grandi distanze, la mobilità generalizzata (e coatta) delle merci, delle idee, delle informazioni, delle immagini e degli uomini, ha creato delle reti che collegano tutte le città, i luoghi, le nazioni, in maniera tale che il luogo sulla Terra determini in misura sempre minore la nostra versione del mondo, il nostro vocabolario, i nostri interessi, i nostri gusti, i nostri limiti e i nostri fini.

La trascendenza del luogo, la crescente mobilità di tutto, rende obsoleta l'idea secondo cui il fine strategico della comunicazione sia il consenso dei più, una comprensione unificante dei messaggi. Considerare il consenso come fine strategico della comunicazione si fonda su un presupposto erroneo, secondo cui le differenze tra le descrizioni del mondo sono conseguenze degli errori e delle incomprensioni e che l'accordo e l'univocità, non la multivocità e contraddittorietà, sono uno stato normale e naturale della società. Questo presupposto è pericoloso, in quanto rende impossibile, nelle società democratiche, spiegarci adeguatamente le differenze irriducibili tra le esperienze, gli interessi e le forme di vita degli uomini. L'abbondanza comunicativa accelera, esasperandola, l'obsolescenza del mutamento sociale, concepito come risultato della pressione delle masse unificate da una sola visione "egemonica" del mondo sul sistema nel suo insieme.

L'abbondanza comunicativa attualizza l'arte della conversazione ovvero l'arte della ri-contestualizzazione dialogica, della costruzione "convergente" dei nuovi contesti per le informazioni e immagini che si moltiplicano senza fine  irrompendo in massa in ogni luogo della società. L'epoca dell'abbondanza comunicativa attualizza la fiducia e l'apertura mentale, l'inventiva e l'anarchismo dei vagabondi linguistici o "spirituali", dei diversi "pellegrini zoppicanti" (Josef Capek). Gregory Bateson chiama "metalogo" una conversazione su un argomento problematico, tale da rendere rilevanti "non solo gli interventi dei partecipanti, ma la struttura stessa dell'intero dibattito". Il concetto di metalogo è di eccezionale attualità nell'epoca dell'abbondanza comunicativa.  

 L'inversione dell'abbondanza comunicativa è la neorealtà, l'autocombustione dei media come la chiama Vaclav Havel. La neorealtà è prodotta attraverso il riciclaggio degli scarti della comunicazione: Scientology ad esempio ricicla il vocabolario della psicoanalisi e della letteratura fantascientifica degli anni Settanta, la  transizione dei paesi post-comunisti ha offerto l'occasione per un riciclaggio massiccio del vocabolario dell'economia neoclassica e del moralismo da guerra fredda - ricordiamo espressioni come, ad esempio, "la devastazione morale dei cittadini per opera del comunismo" che ha fatto circolare la destra morale post-comunista. Facciamo il caso al modo in cui la macchina hollywoodiana lancia diversi miti monoverbali per riciclarvi gli scarti di ogni tipo della comunicazione planetaria!

Viviamo sui bordi di enormi discariche delle informazioni usate, delle immagini consumate, dei contesti scarichi, degli stereotipi smessi, delle norme disattivate, delle carcasse semiotiche abbandonate alla deriva, dei paesaggi smantellati, dei pregiudizi rimossi, delle tradizioni destituite. Sono questi rifiuti tossici? Dove trasportarli, come liquidarli?

 

La tetrade quarta: delle verità il cui contrario sono altre verità

 

Nelle democrazie post-industriali dobbiamo affrontare problemi di due tipi. In primo luogo, i problemi che possiamo risolvere aumentando la nostra competenza: procurandoci una documentazione più completa, calcolando meglio le relazioni tra le quantità, elencando in un modo più preciso gli elementi di un insieme, osservando con più attenzione, generalizzando in modo più prudente i fatti. Ad esempio, per rispondere alla domanda se l'uso della droga si diffonda tra i giovani in una data regione, basta elencare i fatti, a condizione di esserci accordati sulla definizione dei concetti "giovani", "droga" e sulla delimitazione geografica e storica della questione.

         In secondo luogo, dobbiamo confrontarci con questioni che non possiamo risolvere attraverso l'aumento della conoscenza specializzata. Mi riferisco alle questioni se lo Stato, ad esempio, debba garantire ai propri cittadini i diritti sociali, quale è la misura legittima dei danni accettabili all'ambiente, che cosa vuol dire progresso, se la vivisezione è legittima, quali sono i diritti degli animali, quale sia il senso del dominio tecnico sulla natura oppure se è moralmente lecito riscrivere il DNA degli esseri viventi. A queste domande non possiamo rispondere attraverso un'elencazione più completa degli elementi di un insieme o attraverso un’osservazione più accurata.

         Gli studiosi del processo decisionale democratico chiamano queste questioni "frame questions".  Io propongo di chiamarle “ermeneutiche”, perché impongono una riflessione sul contesto in ombra. Voglio dire che non possiamo rispondere a queste questioni senza aprirci una via d'accesso allo sfondo nascosto del sistema - storico, psicologico, morale e politico - che determina ciò che tendiamo a percepire come problematico, come un elemento che cattura la nostra attenzione turbandoci. Coloro che credono che la vita sia stata creata da un dio, sono investiti dalla questione se è lecito o no riscrivere il DNA per subordinare la natura nel suo complesso alla nostra volontà, in un contesto del tutto diverso da quello degli evoluzionisti che credono con Richard Dawkins ai geni egoistici (selfish gene). Il contrario delle verità piccole - sufficienti per rispondere alle domande del primo tipo - è il falso, il contrario delle verità grandi - contro cui urtiamo cercando di rispondere alle domande del secondo tipo - sono le opposte grandi verità. Il conflitto tra le grandi verità non è risolvibile attraverso l'accumulo di verità piccole - ecco il nocciolo delle discussioni sulla  globalizzazione.

         La democrazia è un'organizzazione della società in cui le questioni di sfondo, le questioni del contesto, rimangono sempre aperte, la gente protegge le vie d'accesso ad esse, si impegna a discuterne. Lo spazio pubblico democratico ha una sua "effervescenza", le verità opposte vi si urtano senza fine, si sovvertono reciprocamente, si trasformano. I conflitti tra le grandi verità sono utili: ci rendono migliori, più aperti, danno legittimità alle nostre decisioni aumentandone la qualità. I contesti scarichi non vengono ricaricati, nello spazio pubblico democratico, in segreto, con metodi che nessuno controlla e per i fini che nessuno condivide. Il pilastro portante della democrazia è dunque l'accessibilità generale dei contesti nascosti, degli sfondi in ombra delle nostre tradizioni, e anche l'interesse intensamente condiviso per scoprire le cause del loro deperimento e i modi della loro rigenerazione legittima.

         La globalizzazione post-moderna intensifica il conflitto tra le grandi verità, tra  contesti non riducibili l’uno all’altro. Rende obsolete quelle forme di competenza che si formano all'interno delle istituzioni centralizzate e gerarchizzate e che vengono allargate per cooptazione dei custodi delle verità oggettive - il biologo céco Stanislav Komarek le chiama  "strutture ecclesiomorfe" (pseudo-chiese).

         I sacerdoti di queste pseudo-chiese, gli esperti, penetrano il potere politico, lo condizionano attraverso previsioni, pareri, consigli, fanno da ponte tra l'opinione pubblica, il popolo, e le élite politiche. Le società post-industriali sono complesse, non potrebbero funzionare senza la mediazione costante tra i suoi diversi settori, condotta degli esperti. L'intensificazione del conflitto tra le questioni di sfondo rende obsolete le oligarchie epistemiche, le carriere per anzianità, i manuali, gli universi gerarchici e chiusi delle  "burocrazie della verità", sostenute dallo Stato, dai partiti politici e dalle grandi imprese multinazionali. Attualizza viceversa il discorso, la retorica, il potere metaforico, anarchico e liberatorio della lingua naturale.

         Le opposte grandi verità stanno sullo sfondo dei nostri mondi vitali come potenti metafore, le quali, grazie alla propria poetica, rendono possibile una riuscita ri-contestualizzazione dei residui dei mondi vitali destituiti, dissolti, corrosi. Un esempio delle potenti metafore che costituiscono il nostro universo attuale sono "la mano invisibile", "la società aperta", "i diritti umani" oppure “la globalizzazione”. Questi contesti rigenerati ci permettono di riciclare i detriti, sgretolatisi dai contesti deperiti, come  nuovi punti di partenza, nuovi inizi. Le letterature nazionali, tutte le forme dell'arte, le discussioni pubbliche, le forme di vita eccentriche, l'anticonformismo morale e le invenzioni linguistiche ci aprono, grazie alle tensioni e alle crisi che causano, l'accesso alle questioni del contesto, il cui enorme potere condizionante è obliterato dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza.

         L'inversione del conflitto tra le grandi verità è la ingovernability, come si diceva negli anni Settanta, oppure, meglio, l'autocinesi del sistema, come la chiama Vaclav Havel. La modernità è un processo in cui la società si differenzia sempre più rapidamente in settori specializzati, che non riconoscono che le proprie descrizioni del mondo. Tutto questo sistema è sempre più contraddittorio, le sue parti si divorano a vicenda, ma ormai non siamo più in grado di subordinarlo ad una grande verità e lottare contro coloro che vogliono subordinarlo ad una verità opposta. Pure queste mie asserzioni solo accelerano l'autocinesi del sistema, non possono più fermarla o sovvertirla.

 

Invece della conclusione

 

Il marxista americano James O´Connor ha sviluppato la teoria di due contraddizioni del capitalismo. La prima è la contraddizione tra i rapporti di produzione e i mezzi di produzione, che dovrebbe risolvere la loro socializzazione efficace. Conosciamo bene questa contraddizione dai vecchi manuali del marxismo.

La seconda contraddizione riguarda i rapporti di produzione e i mezzi di produzione, da una parte, e le condizioni di produzione, dall'altra. Marx distingue tre tipi di condizioni di produzione. In primo luogo, "l'ambiente esterno", costituito dalla natura, l'ecosistema della Terra. In secondo luogo, la forza-lavoro umana, la cui qualità dipende dalla "situazione personale" di ogni uomo. In terzo luogo, le condizioni generali della riproduzione sociale, ad esempio i mezzi di comunicazione. In un vocabolario più moderno possiamo riassumere i tre tipi di condizioni di produzione di Marx come ecosistema, capitale umano (ovvero ciò che l'uomo ha fatto di se stesso, che cosa ha imparato) capitale socio-culturale (ovvero i rapporti tra gli uomini, mediati simbolicamente, e tutto ciò che possiamo fare grazie ad essi). La contraddizione consiste nel fatto che il capitale non riproduce nessuna di queste condizioni, le consuma e distrugge solamente.

Il capitale economico vuole crescere e nutre la sua crescita di risorse che non ha creato, che solo aliena alla società umana ed alla natura. Come si organizzerà l'umanità in difesa delle "condizioni di produzione" contro la volontà cieca di crescere del Capitale? Chi sarà l'avanguardia in questa lotta, chi sarà l'oppositore più forte del capitale, e a quale strategia  farà ricorso per liberare il potenziale "eco-socio-bio-logico" dell'umanità dalla logica dissipativa della crescita della Crescita, cui lo sottomette il Capitale?

Witold Gombrowicz scrisse: "Vi sono due tipi contraddittori di umanesimo: uno, che possiamo chiamare religioso, cerca di far inginocchiare gli uomini di fronte alle opere della cultura costringendo tutti a venerare e santificare, ad esempio, lo stato o dio. L'altro, un più riottoso atteggiamento dello spirito, cerca invece di restituire all'uomo la sua sovranità e indipendenza di fronte a dei che sono in realtà le sue creazioni."

Anche la globalizzazione è un prodotto della cultura umana. Non perdiamo la nostra sovranità davanti a questa ricontestualizzazione mistificante dei detriti del nostro passato. Trasformata in nuovo inizio splendente, noi non impariamo niente dalla nostra fine.

 

 

                                                                          Václav Bělohradský

                                                                          Università di Trieste

 

                         (definitivní verze, autorizována 14/5/2000)

 

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